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L'esplosione dello scultore Mera

Più che aver adottato la Valtellina come sua “patria”, sono la Valtellina e la Valchiavenna ad averlo adottato. Di più gli hanno dato quasi un nuovo nome (Mera), mutuato “dalla Mera”, il fiume valchiavennasco. Ed è proprio in questa terra di montagna che Raffaele Menomma da tutti conosciuto ora come Mera ha prodotto centinaia di opere nel giro di sei o sette anni, da quando ha lasciato cioè Vieste e la Puglia. A lui questo territorio montano ha come favorito una sorta di «esplosione» creativa – come piace a Mera chiamarla – che lo sta facendo apprezzare per le sue sculture, alcune delle quali definite archeosculture per quel quid che le fa tanto assomigliare a figure primitive, ma anche sculture che prendono le mosse dal mondo contadino con attrezzi del passato reinventati in una nuova forma artistica. Abbiamo voluto conoscere più da vicino quest’artista lungo e filiforme come alcune sue opere (un’identificazione curiosa), discreto ma anche chiacchierone con chi vuole indagare la profondità della sua ricerca.

Quando è nato “Mera”?

«Prima di parlare di Mera, devo tornare necessariamente alle mie origini di artigiano. Il mio stesso padre era artigiano. Sono cresciuto nella sua bottega o ho imparato ad avere a che fare con i materiali dei pastori garganici. Essi intagliavano oggetti di uso comune in modo così bello e caratteristico che era un fascino guardarli: una posata in cima al manico aveva un gallo, un colombo o cervo con una riproduzione fedele o stilizzata, ma all’avanguardia per quella che era l’arte della pastorizia, istintiva e innata. Ho imparato questa creatività e l’ho coniugata al bisogno di conservare e portare avanti quello che è sotto gli occhi, ma non è alla luce. Memore di questa inclinazione di conservare tradizione e lavoro, mi sono trovato in Valtellina, dove si sono concretizzate situazioni di libertà e stabilità sotto vari aspetti».

Cos’è successo?

«Sono esploso, mi sono potuto sfogare, finalmente esprimere. Mi sono trovato a guardarmi intorno e vedere che c’era un altro paradiso. Prima ero artigiano e lavoravo il legno di ulivo. Quando andavo in giro nelle foreste o lungo la spiaggia, c’erano cose che attraevano la mia attenzione. Istintivamente dovevo prenderle, perché ci vedevo qualcosa che doveva essere trasformato e collocato in una nuova dimensione. Questi oggetti sono rimasti fermi per anni, come un pubblico che aspetta lo spettacolo, che attende l’entrata in scena. La maggior parte è entrata in scena qua, in numero limitato in Puglia. Ora utilizzo materiali del territorio in cui vivo da cui ha preso anche un nome d’arte che mi appartiene (è l’acronimo di Raffaele Menonna) e che in questa provincia è molto sentito».

Dove trova i materiali che utilizza?

«Alcuni pezzi sono d’antiquariato, altri sono pezzi vecchi che sono stati buttati in discarica. Da alcuni anni giro per discariche e cascine. Volentieri i contadini mi regalano testimonianze del passato che non usano più, ma la maggior parte degli oggetti la recupero dalle discariche. All’inizio mi prendevano per matto quando mi vedevano rovistare. Quando però la gente ha visto che non cercavo pezzi per sopravvivere, ma che cercavo pezzi buttati via, che avevano perso il contatto che chi li aveva fatti e utilizzati, per dare a loro una nuova vita, per conservare ricordi e cultura di questo popolo, allora tutto è cambiato. E adesso quando mi vedono in discarica, gli addetti mi aiutano a cercare pezzi o li mettono da parte per me. Durante le mostre, poi, molte persone si fanno avanti volendo ad ogni costo regalarmi vecchi attrezzi perché sanno che acquisteranno un nuovo valore con la mia arte».

Come si concilia la conservazione del passato con una nuova fruizione di tipo artistico?

«A dire la verità inizialmente per me ciò che realizzato erano pezzi assemblati che acquisivano una figura. Solo in seguito – e nelle gallerie – sono stati chiamati opere d’arte. Passato e presente, conservazione e godimento artistico si conciliano benissimo. Si tratta di opere che fanno rivivere emozioni, che possono anche arredare. In particolare mi piace moltissimo quando vengono collocate in ambiente con il suo vissuto, che è stato riportato alla luce grazie al restauro. In questo caso abbiamo in un sol colpo  recupero della cultura e della tradizione. Mi viene in mente la felice abbinata di alcune mie sculture al castello Bellaguarda di Tovo, alcune settimane fa in occasione dell’inaugurazione del restauro del castello».

Come nasce l’opera, vede prima l’attrezzo e da lì nasce l’idea dell’opera, oppure ha u’idea e cerca l’attrezzo adatto per realizzarla?

«Un attrezzo o uno strumento mi suggerisce tutto il resto. E’ come una catena, che parte con la raccolta e scelta del materiale. Poiché ho parecchi oggetti, ho provato anche ad abbozzare disegni e schizzi, è un rapporto diverso non istintivo ma progettato. Nel cassetto tengo embrioni di progetto e mi piace anche questo aspetto, ma quello che mi viene più naturale e genuino è trovare l’attrezzo che mi stimola a “giocare da grande”».

Facciamo un viaggio virtuale fra le sue opere…

«Ci sono sculture che sembrano guerrieri, ma non lo sono affatto. Io le chiamo sentinelle e guardie, sono soggetti che vogliono custodire qualcosa e salvaguardare. Ho realizzato un “vincit” guerriero vincitore, con un braccio alzato per indicare la vittoria : quella di aver raggiunto la scopo di esprimermi con l’arte. Queste opere sono custodi di cultura, tradizioni, emozioni, per fare in modo che niente più sfugga, senza far caso a quello ci circonda. E poi ci sono animali che vengono dal patrimonio visto da piccolo. Non ho fatto altro che trasformare forme in animali. E’ bello avere un giardino intorno con animali che hanno una storia. Alcune opere mi riportano ad immagini della scuola, ad esempio fantastiche figure che mi immaginavo quando studiavo la storia, l’archeologia, le leggende. Ultimamente mi sto dando a forme leggermente astratte, ma molto semplici. Lavorando con uno o due pezzi, faccio venir fuori una figura immediata. Ad esempio il treppiedi usato per cucinare sul fuoco e sul camino, è diventato un animale con testa lunga. Una graticola con due manici sollevabili è divenuta due animali che si stanno accoppiando. C’è mondo che ci guarda, basta vederlo trasformandolo con un piccolo tocco».

Alcuni attrezzi fanno parte della vita contadina e dietro lasciano intravedere la fatica…

«Appunto la fanno ricordare, perché è importante ricordare che senza quegli attrezzi e senza quella fatica non saremmo dove siamo. Ma nello stesso tempo, io allevio questa fatica, utilizzando lo strumento in contrapposizione con la stessa. Intendo dire che nelle opere gli attrezzi diventano leggeri: applicando ad un piccone due falci, è possibile che la scultura ottenuta quasi possa volare come un uccello. Picconi messi in fila accoppiati a falci intraprendono un viaggio e varcano uno spazio terreno o acquatico che sia, alleggerendo la loro fatica».

Ed eccoci all’acqua un altro elemento che le appartiene. Mare o montagna, dunque?

«Rispondo mare e montagna. L’acqua mi dà la possibilità di viaggiare anche senza fatica, con una vela che ti porta sull’acqua. Mi manca l’acqua del mare, l’odore del mare è un elemento necessario che cerco di far uscire dalle mie sculture, anche se non posso materializzare l’acqua. Ma mi piace molto anche la montagna perché mi dà la possibilità di vedere oltre. Al mare vedo un immenso orizzonte di acqua, in cima ad una montagna invece posso spaziare con lo sguardo e questo mi riempie di gioia».

Altro rapporto: opera dell’anima e opera commerciale.

«Non ho un buon rapporto con il denaro. Realizzo opere perché ho bisogno di comunicare e faccio fatica a dare ad esse un valore. Le mie opere non sono finalizzate ad un commercio in quanto tale, benché abbiano un valore. La mia più grande soddisfazione è quando una persona guarda la scultura e i suoi occhi si illuminano. Vuol dire che ho stimolato il suo cuore, è il momento più bello. Quando vendo devo arrivare ad un compromesso emotivo, perché soffro a lasciare le mie creature. Mi lega ad esse quasi un rapporto fra genitore e figlio. Nessun padre sarebbe disposto a lasciare andare suo figlio, ma ad un certo momento della vita ciò è inevitabile. Così capita anche a me e quando so in che mani andrà l’opera mi tranquillizzo. Generalmente spero in collocazioni pubbliche, perché voglio che la gente possa godere e ragionare diversamente».

Un rapporto intimistico con la sua produzione, dunque, che ora ha anche un nuovo “luogo” di esposizione.

«Sì, lo chiamerei proprio soltanto luogo o, al massimo atelier personale quello che ha aperto da metà agosto nella piazza principale di Chiuro. Non è laboratorio perché non è lavoro il mio, è un deposito dove mettere le opere. Avevo necessità di esporre e di far respirare le mie opere che erano ammassate in un piccolo spazio come fossero tornate ad essere ferraglia e reietti. Le sculture sono visibili privatamente, posso invitare ospiti a godere di ciò che ho presentato come qualcuno mi accoglie in casa sua. Questo luogo vuole essere un atelier personale, un posto in cui posso sedermi, riflettere, creare, progettare. Le sculture non nascono qui. Qui sono ferme ma vivono, dialogano fra di loro».



di Clara Castoldi

L'artista nel suo atelier
Una delle opere
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