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La scoperta: "Madonne vestite"

Il tutto è partito nel 1998 quando la studiosa e ricercatrice Francesca Bormetti ha casualmente trovato in un deposito della parrocchia di Mazzo di Valtellina una statua che rappresentava la Madonna Addolorata sul cui corpo era intagliata soltanto una sorta di "sottoveste", a forma di cono lunga fino a terra. Subito Bormetti ha intuito che la Vergine non sarebbe mai stata esposta in questo modo, perché poco decoroso e dignitoso per la sua figura. Quella ritrovata era cioè una statua “svestita” della Madonna che, in origine, invece era vestita con abiti veri, belli, sontuosi, magari con l’aggiunta di una corona, oppure di gioiello.
Da quel giorno è partita la ricerca di Bormetti delle cosiddette “Madonne vestite”. Da due anni a questa parte – ovvero quando il progetto di Bormetti di focalizzare l’attenzione su questo tema mai indagato in provincia è stato accolto con entusiasmo dalla Fondazione Centro Studi Nicolò Rusca di Como (titolare del progetto), finanziato dalla Fondazione Cariplo, dal Gruppo Credito Valtellinese, con la collaborazione di Cooperativa Agricola e di Consumo di Livigno, del Comune di Sondrio e del Museo valtellinese di storia e arte, in attesa di ulteriori supporti da parte del territorio –, il lavoro è divenuto a tempo pieno per la studiosa che ha rinvenuto una quarantina di statue in tutta la Valtellina e la Valchiavenna, a volte ancora dotate di biancheria e abiti, ma un numero ben maggiore di simulacri fu introdotto nelle chiese locali tra il Sei e Settecento con una capillarità davvero sorprendente e inaspettata.
Ebbene questo immenso lavoro di ricerca e studio ha avuto un’anteprima nazionale, poiché la ricercatrice valtellinese è stata invitata a partecipare come relatrice ad un convegno svoltosi a Firenze il 21 maggio scorso nella prestigiosa cornice dell’Ospedale degli Innocenti e organizzato dalla Fondazione Lisio sui simulacri vestiti con abiti veri. Soprattutto il tema verrà proposto fra qualche mese al pubblico sia attraverso un volume “In confidenza col sacro. Statue vestite in Valtellina e Valchiavenna”, edito dalla Fondazione Rusca, sia attraverso una rassegna allestita a Sondrio dal 7 dicembre 2011 al 27 febbraio 2012 nelle sedi espositive del Museo valtellinese di storia e arte e del Credito Valtellinese a palazzo Sertoli, con l’intento di documentare, attraverso un gruppo selezionato di statue e abiti, questa affascinante vicenda di arte e fede popolare.
«Non si sapeva nulla dell’esistenza di queste statue – anticipa Francesca Bormetti -, ora si sa che erano tantissime, diffuse capillarmente sul territorio, che erano Sei o Settecentesche, che avevano abiti stupendi che in gran parte si sono conservati. Le statue hanno coinvolto nella loro gestione non solo le gerarchie ecclesiastiche, ma anche le comunità perché spesso erano di ambito confraternale, cioè venivano gestite dai laici, soprattutto dalla parte femminile. Interessante era il rito della vestizione, quando le statue erano preparate per la processione. Esso doveva avvenire con segretezza e pudore, perché bisognava spogliare e vestire la Madonna, talvolta truccarla. L’intera comunità partecipava però, poi, alla processione che usciva dai recinti sacri per interessare l’intero boro». Le Madonne – statue di legno leggere, molto scenografiche – avevano una funzione processionale (teatro del sacro), altre volte avevano dignità di statue d’altare negli oratori o nelle chiese. Verso la fine dell’Ottocento, nei primi del Novecento, molte Madonne vestite sono state distrutte per direttiva vescovile, perché considerate antiliturgiche, oggetto di culti che potevano scivolare nella superstizione. Ciò ha portato alla perdita di molte statue e all’oblio. N’è stata trovata una quarantina ancora nascosta nelle sagrestie, ma si ha notizia di almeno altrettante che sono andate perdute. C’erano statue nelle chiese più importanti come in quelle meno. Ad esempio la collegiata di Sondrio aveva due statue vestite sugli altari, che poi sono state distrutte.
«La cosa curiosa è che abbiamo scoperchiato una pentola da cui sta venendo fuori una mole di dati inediti – racconta la studiosa che ormai parla al plurale perché in questa ricerca sono stati coinvolti numerosi studiosi che quanto lei, si sono appassionati al tema. Le ricerche, accompagnate da una campagna fotografica di grande impegno condotta da Massimo Mandelli, sono state svolte sul campo andando nelle parrocchie e soprattutto leggendo i documenti, in particolare quelli delle visite pastorali. Nessuno finora era pronto a captare i segnali che i vestiti di cui si parlava in alcune carte potessero essere quelli delle Madonne. Alla luce delle mie conoscenze, ho cominciato a trovare indizi, sono andata a cercare nelle chiese, a interrogare gli anziani. Alcune comunità avevano le statue nascoste nei solai, finite nel dimenticatoio dopo l’ordine del vescovo di sottrarle al culto tra Otto e Novecento. In alcuni casi erano le nobildonne ad aver donato l’abito alle Madonne. Ci sono statue più semplici, come quella “a burattino”, che provengono dalle cappellette votive e statue di 1 metro e 60 di altezza, molto strutturate di grande bellezza. Avevano pettinature splendide con trecce, perché c’era maggiore libertà da parte degli intagliatori nel realizzare questi simulacri che assomigliavano di più alle donne comuni, rispetto alle effigi mariane tradizionali. I tessuti erano molto costosi, ottenuti dai lasciti per lo più, oppure la stoffa veniva acquistata dagli stessi fornitori dei paramenti per le chiese e confezionata da sarti locali. Una statua con un vestito bellissimo era stata nascosta in val di Rezzalo per evitare che il vescovo la trovasse e, vedendola, desse disposizione di eliminarla. Siamo saliti in jeep fino alla chiesetta che serviva i maggenghi per studiarla e fotografarla».
Ancora prima di venire alla luce nel volume, questo lavoro ha avuto una vetrina nazionale nell’intervento in Toscana di Bormetti, dove grande interesse hanno destato i ritrovamenti effettuati in Lombardia, prima d’ora rimasta estranea a questo tipo di indagini. Sì, in Lombardia, perché è il caso di precisare che in questa ricerca sono stati coinvolti anche studiosi di area bresciana, bergamasca, lecchese, comasca novarese e dell’area dell’antica diocesi di Pavia, conferendo al progetto una dimensione decisamente sovra-provinciale.  Studi pionieristici sull’argomento sono stati condotti, invece, nell’area della laguna veneta, sono seguiti due convegni a Ferrara, mostre in centro Italia, la recente pubblicazione dei convegni di Ferrara, un volume nell’ambito dell’Università Normale di Pisa. Entro la fine dell’anno “In confidenza col sacro” affronterà con approccio multidisciplinare il tema delle “statue vestite”, aprendo alle ricerche dunque, non esaurendole. Per questa prima occasione di studio l’équipe di ben 28 studiosi sta privilegiando un approccio storico-antropologico, che considera i simulacri in stretta relazione allo specifico contesto per cui sono stati prodotti, nella convinzione che il significato di questi manufatti possa essere colto solo prendendo in considerazione il tessuto connettivo nel quale si è sviluppato il loro uso cultuale. Gli affondi archivistici riguardano dunque, in uguale misura, gli esemplari sopravvissuti e quelli perduti.
Un accenno alla mostra, infine. Il MVSA, che sta lavorando agli aspetti organizzativi, si sta occupando dell’intervento e manutenzione dei materiali che andranno in mostra e dell’attività didattica collegata. Il coinvolgimento attivo del museo, peraltro, fa seguito al percorso seguito in questi anni con mostre e volumi (“Legni sacri e preziosi”, “Recuperi e restituzioni”, “Devota materia”, la recente mostra sul “Compianto” di Caspano a Como).



di Clara Castoldi

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