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Degne di nota La notizia in tempo reale....... o quasi

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Vecchio 04-02-14, 07:46   #1
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Predefinito Motta ricorda don Giuseppe Carozzi

Non solo una lapide è stata intitolata a don Giuseppe Carozzi, parroco di Motta dal 1918 al 1955, ma anche le ex scuole di Motta, punto di riferimento per le associazioni, ora portano il suo nome. Ieri mattina nella frazione di Villa di Tirano si è tenuta la seconda delle due cerimonie volute dal Comune di Villa di Tirano per ricordare la figura dei due parroci, don Carozzi e don Cirillo Vitalini (a Stazzona), che hanno messo a repentaglio la propria vita per salvare molti ebrei durante la seconda guerra mondiale. La figura di don Carozzi è stata rievocata dal parroco di Motta, don Armando Canclini, durante la Messa che ha preceduto la cerimonia – come sempre ravvivata dalle note della banda – di intitolazione della struttura dove una lapide riporta queste epigrafe: «Giovanissimo sacerdote coerente con i valori di una profonda formazione cristiana ha messo i suoi talenti al servizio di tanti perseguitati per odio razziale e dissenso politico. Centinaia di ebrei devono a lui la salvezza».
«I valori che ha praticato possono e devono animare l’attività di una struttura rinnovata per accogliere tutte le iniziative che possiamo definire di formazione permanente – ha detto il sindaco, Giacomo Tognini -: attività culturali, sportive, ricreative, di riscoperta continua della identità territoriale, dei nostri migliori valori. Questo per non ripetere gli errori del passato e per alimentare il nostro vivere con riferimenti a valori autentici. Per questi fini don Giuseppe Carozzi è certamente un maestro. Impegniamoci a portare un fiore a questa lapide il 27 gennaio di ogni anno».
Una domanda si sono fatti tutti coloro che hanno scoperto la figura e l’azione di don Carozzi. Da cosa e da chi era mosso, perché si esponesse a così grandi rischi personali? Qualcuno arrivò a sostenere che avesse uno specifico mandato dal Vaticano. «Certo aveva intensi rapporti con le gerarchie ecclesiastiche, ma non ci sono prove di questo, e non sono necessarie – ha proseguito il sindaco -. Dalla sua formazione, dalla sua vasta cultura, si evince che rispose non tanto a chiamate di altri, ma alla sua coscienza, ai valori radicati in lui, quelli che gli provenivano da una profonda fede e cultura cristiana. Quella che mette al centro di tutto l’uomo, la persona, la sua promozione».
Anche dopo le “gesta” compiuto in Valtellina, quando gli fu necessario espatriare, collaborò con una organizzazione, la SOE, Special Operation Excecutive, che organizzava e sosteneva la Resistenza nei Paesi occupati dai tedeschi. Si citano nel dossier, dove è definito capo del gruppo Pierino, l’organizzazione di rientri clandestini in Italia, di una quarantina di missioni come corriere. Dopo la guerra don Carozzi continuò il suo servizio religioso, i suoi studi, la sua missione di professore.

Cosa fece:
Ad Aprica dove don Carozzi stabilì la sua residenza estiva stabilì un rapporto di fiducia con gli internati ebrei. Quando l’8 settembre 1943 entrò in vigore l’armistizio con gli alleati proclamato dal generale Badoglio, legale capo del governo italiano, e i tedeschi arrivarono anche in Valtellina per sostenere la cosiddetta Repubblica di Salò e continuare la guerra contro gli alleati, per gli ebrei presenti all’Aprica il rischio di essere mandati nei lager nazisti, diventò un fatto ineluttabile. La via era quella di farsi accogliere dalla Svizzera. Don Carozzi non mandò nessuno allo sbaraglio. Si accordò con l’arma dei Carabinieri attraverso il comandante della stazione di Aprica, Bruno Pilat. Cercò e trovò la collaborazione della guardia di Finanza attraverso il capitano Leonardo Marinelli, della compagnia della G.D.F. di Madonna di Tirano dalla quale dipendevano anche le stazioni di Campione, Lughina e Sasso del Gallo. Aveva bisogno poi di persone di fiducia per guidare e organizzare la parte ardua della fuga in Svizzera. Il percorso di sentieri di montagna che richiedevano conoscenza dei luoghi, dei pericoli. Per questo trovò la collaborazione piena di don Cirillo Vitalini, parroco di Bratta, che ebbe anche l’aiuto dei Finanzieri di stanza nella caserma di Campione. Almeno 120 ebrei trovarono la salvezza con una operazione organizzata in modo intelligente e sicuro, il 12 settembre 1943. Una ottantina raggiunse la Svizzera da Bratta e dal Colle D’Anzana. Gli altri 40 passarono la frontiera in parte da Lughina, in parte dal passo Frantellone, in parte dal Sasso del Gallo. Anche qui va ricordato l’aiuto di numerose guide e di due sacerdoti: don Tarcisio salice parroco di Roncaiola, don Gino Menghi parroco di Baruffini. Il sostegno degli espatri continuò nei mesi successivi.
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