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Relazioni o regole?
I bambini e i ragazzi di oggi - abituati a considerarsi già grandi quando non lo sono, abituati a rapportarsi con i grandi quasi da pari a pari - hanno bisogno e richiedono relazioni e affetto, ma esigono anche regole. Questo il succo dell’interessante conferenza tenuta a Tirano da Gustavo Pietropolli Charmet, psichiatra e direttore dell'istituto Minotauro di Tirano, invitato dal dirigente Maurizio Gianola come primo autorevole relatore del progetto "Sinergie educative", quest'anno dedicato alle regole.
«Fino a vent'anni fa c'era il bambino "selvaggio", tutto natura, propenso a trasgredire le regole della civiltà, della famiglia e della società – ha detto lo psichiatra -. Affinché il piccolo non assecondasse la sua natura, avidità, egoismo bisognava mettere delle regole nel suo percorso. I genitori degli ultimi venti anni, invece, hanno visto nella culla della nursery non un bambino tutto istinti, ma un bambino buono, alla ricerca della sua mamma per costruire una relazione, un bambino affamato di affetto, tutela, protezione. Prima c'era il cucciolo "selvaggio", oggi c'è il cucciolo "relazionale"; prima c'erano le regole, oggi c'è la relazione». In passato le regole venivano date per dissuadere il bambino dal trattenere i propri istinti. «I genitori pensavano che la società potesse accogliere il figlio solo se rinunciava alla sua natura che andava istintivamente contro le regole – ha affermato Charmet -. Le regole erano inflessibili. Il bambino era concepito come piccolo selvaggio da civilizzare. Per i genitori di oggi il bambino non deve essere civilizzato, è un cucciolo competente, capace di interagire con la donna che lo ha generato e con il padre. I genitori ritengono il bambino socievole (oltre che buono), dunque non vogliono imporre le regole, perché il bambino stesso è alla ricerca di regole e di valori. I genitori devono aiutarlo a seguire la propria natura, ad esprimere la propria vocazione, a sviluppare anche precocemente le risorse del bambino. Non bisogna mettere nel figlio regole, ma tirare fuori vocazioni. Il bambino non deve andare contro di sé, non deve essere alienato, ma vivere la sua vita in rapporto sereno e creativo con la propria indole». Il primo modello educativo era quello "della colpa", quello della famiglia etica che somministrava norme con tutti i vantaggi dell'obbedienza legata alla paura e gli svantaggi dovuti alla ribellione esagerata e alla rottura di relazioni. Oggi i bambini non hanno più paura dell'adulto, ma cercano la relazione, i ragazzi vanno in giro per il mondo convinti di realizzare se stessi, non di andare incontro alla persona. Pensano di avere ragione e non torto, di dover realizzare obiettivi importanti, ma si sentono inadeguati. Il dovere per loro è missione, la colpa diventa vergogna. Ecco la fragilità dei ragazzini attuali. «Quello che è successo è un passaggio dovuto ad un serie di trasformazioni», ha concluso Charmet senza dare una "ricetta" educativa, ma lasciando che il genitore capisca l'importanza dell'equilibrio. Ecco l'importanza – come ha ricordato Gianola – che le due agenzie educative prioritarie (famiglia e scuola) si ritrovino di fronte a obiettivi comuni, perché i bambini aspettano una guida relazionale, è vero, ma anche normativa. |
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