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Abriga.it 18-04-11 07:19

MVSA60: i segreti della Croce d'Ambria
 
MVSA60, il marchio dato ai festeggiamenti del Museo valtellinese di storia e arte che quest’anno compie 60 anni, è entrato ufficialmente nel vivo venerdì pomeriggio con la presentazione del primo dei focus che interesseranno l’anno dei festeggiamenti: quello sulla croce d’Ambria approfondita da Silvia Perlini, curatrice della ricerca e dei testi della brochure pubblicata per l’occasione. L’iniziativa, che rientra nella settimana della cultura, è il primo degli incontri in cui con nuova modalità «si faranno conoscere le collezioni del museo, con la collaborazione di giovani ma brillanti ricercatori – ha detto la direttrice del museo, Angela Dell’Oca che ha portato i saluti anche di Tiziana Colombera direttore della fondazione Credito Valtellinese -. Abbinati alla brochure sulla croce, strumento agile di poche pagine dietro cui si cela però un lungo lavoro di avvicinamento e approfondimento del tema, abbiamo realizzato delle cartoline sui temi che verranno affrontati durante l’anno: la Madonna dell’uva, Giove, Madonna della Sassella, Sant’Ignazio di Loyola, la slitta barocca di Traona, la stua Salis. Inoltre stiamo pensando ad un catalogo ragionato della collezione del museo che ancora non c’è». Dell’Oca ha detto di avere da anni nel cuore la croce d’Ambria che ora è in deposito al museo ed è stata svelata con un linguaggio semplice e «limpido» - per usare un aggettivo sottolineato dall’assessore alla Cultura, Marina Cotelli – da Silvia Perlini. Un «pezzo meraviglioso» lo ha definito Perlini, «importante per la devozione e per la storia dell'arte locale», che è arrivato ad Ambria, visto che nel borgo sopra Piateda c’era un fortilizio e da lì si accedeva alla Bergamasca. Lo scambio di merci e persone consentiva, dunque, una certa circolazione di beni e di cultura. Senza dimenticare la presenza della nobile famiglia nobile Ambria, feudatari legati ai Visconti. È possibile che l'acquisto di un oggetto di questo genere sia stato fatto da questa famiglia che aveva potenzialità e agganci per un prodotto qualitativamente elevato. Perlini ha collegato la croce alla serie di croci (anche monumentali) presenti nel territorio lombardo e non solo accomunate dalla tecnica dell'oreficeria, ovvero l’utilizzo di oro e argento materiali che riflettono la luce, simbolo di Dio e della parola di Dio. «La croce d'Ambria è una croce astile utilizzata per le esposizione durante le processioni – ha detto la studiosa, ringraziando il Comune di Piateda e la parrocchia per il contributo dato alla pubblicazione della brochure -. Lo si capisce dal fatto che ha due fronti decorati: il recto con la figura di Cristo, da una parte la Vergine con un gesto di afflizione (appoggia una mano al volto e con l'altra mostra il palmo con un gesto di accettazione della verità divina e di quello che stanno facendo al figlio), dalla parte opposta S. Giovanni Evangelista che, con una mano, regge il vangelo. In alto c’è una figura che non si è riusciti ad identificare con un oggetto pendente, in fondo una figura discussa che potrebbe essere un angelo oppure il santo titolare della chiesa S. Gregorio che però era Papa e qui non vi sono riconoscibili elementi papali». La preziosità della croce è quella di essere lavorata in lamine d'argento sbalzate, ma soprattutto di avere gemme preziose o semipreziose incastonate a galleria, coeve alla realizzazione della croce. Vi sono anche pietre più recenti incastonate a piastrina, elemento che testimonia la cura che i fedeli hanno avuto per l'oggetto. Ottocenteschi dovrebbero essere i quarzi di cristalli di Rocca, realizzati in epoca avanzata che, anche in questo caso, testimoniano il desiderio della popolazione di impreziosire ulteriormente l’oggetto della storia antica. Il Cristo rappresentato è un Cristo con occhi chiusi, “patiens” ovvero dolente, ma con un sorriso che allude alla sua serenità. Sul verso della croce, fatto con una lamina unica, si ammirano Cristo Pantocratore, i tetramorfi (figure animali simboli degli evangelisti) e quattro angeli che risentono dell'influenza bizantina. Quanto alla paternità della croce sembra valida l’idea di una maestranza lombardo piemontese per la presenza di incavi, per la particolarità dei volti e dei tetramorfi.


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