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Abriga.it 23-02-14 14:11

Don Giovanni....alla fine è simpatico
 
Quando Molière mise in scena, a metà Seicento, il “Don Giovanni”, lo scalpore che suscitò il suo protagonista senza scrupoli né pentimenti fu enorme. A quattrocento anni di distanza il “Don Giovanni” fa (quasi) sorridere, suscita una certa simpatia nel pubblico di Sondrio, che non si capacita di come un uomo possa essere tanto perfido e scellerato tale da non piegarsi o, per lo meno, riflettere di fronte alla disperazione di donna Elvira sedotta e abbandonata (dopo essere uscita da un convento!), agli ammonimenti minacciosi di un padre che ritiene il figlio indegno e neppure di fronte al fantasma del commendatore, da don Giovanni ucciso, che lo invita ad una cena nell’al di là. C’è tragicità nelle parole di chi richiama al giusto, ma c’è altrettanta comicità nella perversità di don Giovanni in cui poco possono la morale e il buon senso, che soccombono a ragionamenti che capovolgono i valori e rendono la crudeltà logica e accettabile. Al punto che lo spettatore, uomo dell’oggi, è disposto quasi quasi – se non a capire – ad accettare questo libertino perfido, scellerato, un cane, che non «crede al cielo, ai santi né al lupo mannaro», un donnaiolo che «passeggia qui e là».
Su questo effetto ha giocato e puntato Antonio Zavatteri nel suo “Don Giovanni” rappresentato alla sala don Chiari per Sondrio Teatro. Testo e mito arcinoti (ri)costruiti in un mix di antico e moderno: don Giovanni – interpretato dallo stesso Zavatteri, poco concentrato all’inizio – sembra il classico “sciupa femmine” dalla parlata milanese, «cortese e buono solo per riderci sopra», che promette a tutti il suo cuore («te lo dico con il cuore», continua a ripetere senza mai farlo), le contadinotte, zeppa ai piedi, litigano per lui in romanesco, mentre donna Elvira è l’unica a mantenere gli abiti della pièce del tempo con tanto di parrucca e abito pomposo per distinguere forse la sua moralità da quella corrotta di tutti gli altri. Ma il vero protagonista per bravura è sicuramente Alberto Giusta nel ruolo di Sganarello, sigaretta in bocca, andatura curva e testa ripiegata. Il servo cerca di stimolare qualche domanda nel padrone, invano. Tenta di avvisare le fanciulle della vita dissoluta di don Giovanni, ma è vigliacco al punto tale da cambiare idea quando il padrone è presente. Battute e mimica contribuiscono alla comicità di Sganarello che avverte don Giovanni: «Tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino». Difatti tragico è l’epilogo con don Giovanni morente, «bruciato da un invisibile fuoco», mentre Sganarello, ha un solo pensiero: tutti sono soddisfatti, il cielo, le fanciulle sedotte, le famiglie distrutte «e la mia paga?».
Un testo immortale, ricco di spunti in qualsiasi epoca, apprezzabile il tentativo di attualizzazione della pièce di Zavatteri e di teatro “fuori” dal palco con alcune incursioni fra il pubblico, eppure l’ora e mezzo di spettacolo risulta un po’ pesante.


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