Spaesamento o ritorno ai borghi?
Le terre alte, fra cui la provincia di Sondrio, vivono una fase di spaesamento, ma speranze – seppure deboli – di un ritorno ci sono, di una memoria usata come “strategia” per il futuro. I luoghi abbandonati possono essere recuperati e rivissuti, il radicamento territoriale va giocato a mano aperta e non a mano chiusa.
È uno sguardo aperto o ottimista quello lanciato, ieri pomeriggio, alla prima giornata del convegno sui temi sociali, promosso dal consorzio Aaster all’interno di “Ponte in fiore”. Sintomatica la scelta di Ponte in Valtellina per parlare di spaesamento, proprio perché Ponte rappresenta, al contrario, un paese abitato e vissuto. «Su 1.600 abitanti di Ponte centro, mille vivono ancora all’interno del centro storico», ha precisato il sindaco, Franco Biscotti. Occorre, però, parlare di realtà dove la situazione è meno rosea, dove è palpabile il rischio dell’abbandono della dimensione del paese.
Per farlo sono stati uniti il linguaggio della letteratura e dei video in accompagnamento alle relazioni degli esperti. La scrittrice, Antonella Tarpino, ha presentato la sua ricerca sul «vuoto della montagna», che non è solo un problema estetico o una «rincorsa romantica». «Almeno 3mila paesi fantasma insistono su 100mila metri quadri di suolo secondo una ricerca di Legambiente – ha detto -. Questo non è vero, sono molto di più. Il genocidio culturale è questo: intere popolazioni sono state trascinate a valle come le frane. Si crea uno spaesamento mentale nel vedere quanto questi emblemi della nostra modernità adesso siano inerti, luoghi che scompaiono portando con sé intere comunità».
Dai percorsi di sconfitta, si può e si deve ripartire per il sociologo e direttore del consorzio Aaster, Aldo Bonomi. «Ho iniziato 30 anni fa facendo l’operatore di comunità a Campodolcino e il mio compito era evitare che Starleggia diventasse luogo abbandonato – ha detto -. Ebbene quella montagna è franata. Partendo da quelle macerie c’è la speranza che sia possibile ritornare. Quei luoghi sono una risorsa per l’incontro. C’è una cultura dei giovani in cui c’è voglia di ritorno. Sono deboli tracce, ma si comincia a capire l’uso del bosco e l’agricoltura. Sta cambiando il concetto di bene comune, c’è un riuso da questo punto di vista. In Valtellina dobbiamo porci alcuni problemi: ragionare dello spaesamento significa parlare dell’antropologia del qui e non dell’altrove. Gli antropologi studiano le tribù che stanno altrove, ma queste non esistono più. Dobbiamo occuparci della nostra antropologia e del nostro sviluppo, tenendo in considerazione come i nostri paesi saranno abitati da una nuova cittadinanza, come riattivare modelli di sviluppo e di convivenza adeguati al futuro che verrà. Bisogna mettersi in rete, c’è tanta produzione intellettuale che ragiona su questi temi anche in Valle». Peccato che al convegno, che interessa dunque tutte le sfere sociali e la popolazione, la partecipazione sia stata scarsa, fatto eccetto per gli operatori del settore.
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