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Vecchio 31-03-13, 15:24   #1
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Predefinito Piazza d'arte. Lieve e nero

Per lui il bianco e il nero potrebbero benissimo alternarsi; sono colori cari nella sua produzione artistica. «Certo, in più il bianco ha il candore», precisa Valerio Righini. Si intuisce già da questo lo spunto che sta dietro alla mostra che ieri pomeriggio è stata inaugurata a Ponte in Valtellina, in apertura della rassegna “Ponte in fiore”. Titolo: “Piazza d’arte. Lieve e nero”. Piazza d’arte è piazza Luini che sarà popolata fino al 5 maggio da 13 sculture esterne e da oltre una sessantina interne, nel teatro comunale Giuseppe Piazzi. E poi ci sono il lieve e il nero: il nero è quello delle sculture, pesanti e nere, che raccontano la storia dello scultore tiranese dal 2002 fra elmi, scudi, figurali, tondi di piombo. Un elmo dialoga con il gorgogliante lavatoio, mentre l’allestimento, composto da sette elementi, accompagna l’inizio della scalinata che porta all’asilo ed un altro quella che conduce al teatro. Il lieve è quello di piccole opere che sono una novità. Prodotte nell’ultimo anno e mezzo, sono sperimentazioni in cui Righini si è molto divertito. «Sono giochini di carta, piombi ritagliati e incollati, recuperi di vetri, pasticci con il gesso, qualche disegno su foglio grande in cui ho giocato con i materiali – spiega l’artista -. Ci sono sculture fatte di cartone legato con garze di gesso, colorate con applicazione di fogli, di piombo, pezzi di vetro, rete metallica e in uno fili colorati per creare un filo materiale di congiunzione. Mi piace lavorare a queste piccole opere, perché non comporta fatiche fisiche sia perché è la carta è uno strumento così delicato e duttile che si presta ad infinite variazioni. Sono studi, anche, che preludono a lavori più impegnativi e importanti». E proprio con la carta Righini lavorerà per la casa editrice Pulcino Elefante – per la quale ha accompagnato con le sue opere una dozzina di pubblicazioni -: questa volta è in programma un lavoro a due mani con Ermanno Olmi. Un incontro fortunato e felice, visto che la serie degli elmi è proprio nata dopo che Righini è stato ispirato dalla visione del film “Il mestiere delle armi” del regista Olmi. Su richiesta di Massimo Mandelli – che correda il catalogo con le sue foto, oltre a quelle della figlia di Valerio, Rachele Righini -, l’artista tiranese espone a Ponte anche cinque “Porte a sud”, realizzate sull’onda dell’indignazione per la legge che imponeva di prendere le impronte digitali agli extracomunitari. «La porta dovrebbe aprirsi o chiudere – dice Righini -. Lascio al visitatore capire se queste si aprono o chiudono. Anziché mettere le opere della stessa serie in fila, ho creato al teatro comunale isole con uno stacco e una demarcazione fra opere. Mi pare che l’allestimento sia risolto bene; nello spazio semicircolare del teatro ho disposto undici basamenti con la metopa in gesso giocata con il bianco, il vetro e il piombo». Una mostra leggera e pesante insieme dove arte impegnata e aspetto ludico non prescindono l’uno dall’altro. «Dai saldi metalli delle armature alla fragile carta delle maquettes – scrive Marcello Abbiati nel testo critico del catalogo -: si passa così da una certezza materica piuttosto ponderosa, prerogativa della plastica tradizionale, ad una forma ibrida, che vibra ai confini tra scultura e pittura. La prima, presuppone che la materia venga tormentata, per via di aggiungere o di levare; la seconda si arroga invece il diritto di far emergere compiutamente un mondo, quasi, ex nihilo».
Per Righini “Piazza d’arte” rappresenta peraltro un ritorno a Ponte. La prima volta che ha esposto a Ponte era nella mostra intitolata a don Abramo Levi. Aveva affiancato il suo testo “Il silenzio dell’alba” con immagini, mentre il catalogo e la mostra si erano intitolate “Alba blu”; la seconda esposizione fu a due mani con Angelo Noce in memoria di Renzo Castiglioni.
«All’inizio, insieme all’entusiasmo, non sono mancati dubbi e perplessità – rivela il presidente della biblioteca Libero Della Briotta che organizza l’evento, Claudio Franchetti -: una mostra di questo tipo richiede un grosso impegno economico e organizzativo, un impegno potenzialmente troppo gravoso anche per un gruppo ben affiatato come quello della biblioteca comunale e per i nostri tradizionali sponsor che, seppur generosi e convinti nel loro sostegno, risentono della difficile congiuntura economica. Ma ce l’abbiamo fatto e credo che sia importante, proprio in questo momento non facile, continuare a credere che ha senso investire nella cultura, nella formazione e nella persona, più in generale nel sapere».
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