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Degne di nota La notizia in tempo reale....... o quasi

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Vecchio 13-09-15, 10:32   #1
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Predefinito Ecco la custode del grano saraceno

«Lo seminavano i miei nonni e poi i miei genitori. Anch'io, quand'ero giovane, ogni estate seminavo il grano saraceno, ma ora che non posso più sono contenta di poter tramandare questa tradizione, perchè sarebbe un peccato che morisse». Parla con semplicità Adele De Piaz, l'anziana signora di Baruffini, frazione di Tirano, la “custode” del grano saraceno fra i più antichi d'Italia, certamente l'unico seme autoctono d'Italia insieme a quello di Teglio. Adele dalla casa di riposo di Tirano, dove da qualche anno vive con il marito, non si rende conto forse dell'importante “testimone” che ha passato alla comunità di Tirano e al mondo agricolo in generale. Il “suo” semino – che di nome fa “Curunìn” - ha un'età stimata di 300 anni e, insieme al seme di Teglio “nustràn”, è l'unico seme italiano autoctono in base ad una ricerca, durata nove anni e condotta dall'Università Bicocca di Milano. Questo seme oggi viene coltivato dall'associazione “Il Gabbiano” all'interno del progetto “Grano nero” promosso dal Comune con il finanziamento delle fondazioni Pro Valtellina e Credito Valtellinese. A monte di tutto, però, nulla sarebbe potuto partire senza la preziosa consegna di Adele. «Fino ad una decina di anni fa lo seminavo nell'orto di casa, ma quand'ero piccola mi ricordo la distesa di campi coltivati grano saraceno a Baruffini – afferma commossa Adele -. Tante famiglie, direi quasi tutte, coltivavano il grano saraceno che veniva seminato a luglio e raccolto fra settembre e ottobre secondo l'annata. A quei tempi non bagnavamo i campi e così il grano restava più naturale e più buono. Se la pianta non viene bagnata cresce poco, ma il grano prodotto è più gustoso. La mia famiglia ne faceva uno o due sacchi da 30 o 40 chili. Li usavamo per il nostro consumo casalingo e alimentare, utilizzandolo per cucinare polenta, chiscioi e pizzoccheri».
De Piaz ricorda che era faticoso anche ai campi che, magari, erano anche lontani da casa. Si metteva in spalla la gerla e via. Poi c'erano le giornate trascorse a togliere le erbacce che crescevano vicino alla pianta. «La raccolta la facevamo con una “furscela”, una sorta di coltello grande – racconta -. Una volta raccolta, la pianta veniva lasciata seccare nel campo. Quand'era secca veniva battuta per far scendere il grano che portavamo al mulino a Baruffini che produceva farina per tutti. Io, di farina nera che viene dall'Est, non ne ho mai comprata. Ho sempre usato la “nostra” con cui cucinavamo una bella polenta profumata. Capivi anche solo dal profumo quanto era buona la nostra farina. Mi è capitato di assaggiare la farina comprata, ma non era la stessa cosa. La polenta aveva un gusto diverso ed anche una consistenza differente». Da qui l'importanza della donazione che Adele ha fatto alla comunità: «Spero tanto che i giovani continuino a coltivare il “Curunìn” - conclude – e che questa iniziativa prosegua nel ricordo di quanto hanno fatto i nostri predecessori».
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