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Degne di nota La notizia in tempo reale....... o quasi

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Vecchio 09-03-13, 08:01   #1
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Predefinito Se non sei immortale, guardati intorno

Tre porte con le rotelle che rendono inutili le quinte e regolano l’entrata e l’uscita di scena degli attori. Tre ante che scorrono, come in un balletto, avanti e indietro, per tutto lo spettacolo. Vengono sbattute a terra dove si leva la polvere della distruzione, vengono chiuse e aperte, diventano strutture dietro cui nascondere mani misteriose, di vendetta e congiura. Porte su cui picchiare forte mani e capo per disperazione e quasi insania. Porte su cui segnare il nome di chi deve morire (Cesare) e di chi deve trionfare (Bruto). E poi un’unica poltrona nera, sfondata, con un grosso buco al centro dove infilare testa e gambe dove restare intrappolati: simbolo di un potere che non esiste più.
Ecco che una voce sussurra: «Cesare, se non sei immortale, guardati intorno».
Scelta minimalista ma geniale quella di Andrea Baracco che firma la regia di “Giulio Cesare” lo spettacolo portato alla sala don Chiari mercoledì sera per Sondrio Teatro, assolutamente il migliore della rassegna (in attesa di “Red”). C’è qui tutta la capacità di Baracco (con Vincenzo Manna nella traduzione e adattamento) di riattualizzare un classico in modo non scontato, con scelte incisive, stupefacenti in molti casi. Uno spettacolo da ascoltare e da vedere in maniera bilanciata: la parola nella rilettura dell’opera shakespeariana su un Cesare, evocato ma mai presente sulla scena, «potente e avvelenato», «segno di una Roma che è guastata»; la musica intensa che crea un unicum interpretativo di inquietudine e minaccia andando oltre l’accompagnamento; il movimento nella mimica dei volti (delirante la “cucitura” della bocca di Porzia) e nei corpi come nel “ballo” della sterile Calpurnia in cerca di braccia, nel girotondo dell’uccisione di Bruto, nel quadrilatero di schiaffi fra Cassio, Bruto, Marco Antonio e Ottaviano; nel funerale di Cesare dove fazzoletti, intrisi di lacrime, veleggiano da dietro le porte e poi vengono strizzati, mentre cappelli sostenuti da fili di ferro alludono ai romani borbottanti. Infine l’illuminazione con le lampadine on-off degli attori e le luci scandite con sapienza dalla regia. Bravi i sei attori, ma Giandomenico Cupaiolo (Bruto) spicca anche per l’interpretazione energica: realistica la sua corsa iniziale, atletici i suoi salti nei bidoni dove in realtà finirà anche la sua vita, lui che ha ucciso Cesare perché era «ambizioso». Invidioso e avido Cassio (Roberto Manzi) caratterizzato da quelle palline d’oro fra le mani con cui gioca, simbolo di un potere che vorrebbe avere fra le mani, ma che mai avrà (uccidere Cesare è uccidere «un’idea» per lui). La violenza è filo rosso metaforico e reale: gessi rossi colorano la poltrona di Cesare decretandone la sua morte. Gli stessi gessi rossi, come ferite, sanguinano dalla camicia di Bruto. «C’è un momento in cui l’uomo è padrone del suo destino. La colpa è in noi stessi se siamo schiavi». È l’inizio della fine. La violenza genera solo violenza.
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