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Vecchio 20-01-13, 08:48   #1
Abriga.it
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Predefinito Bergonzoni e la sua "chirurgia etica"

Se pensassimo ad una similitudine, verrebbe da paragonare Alessandro Bergonzoni ad una mitragliatrice. Di quelle a salve, però. Una raffica (infinita) di parole che si rivelano per quello che sono, oppure si rovesciano, si mescolano, si sdoppiano, diventano altro con la sostituzione o distorsione di qualche elemento minimale, semplicemente di una lettera o dell’intonazione. E ciò riconduce al significato letterale dei termini impiegati, al di là del loro utilizzo consueto e convenzionale. Acrobazie sonore e semantiche che non sono solo espedienti per scatenare la risata, sono fiammiferi che accendono una luce sulle banalità di alcune abitudini o su temi più vasti di cui il poliedrico artista dà qualche schizzo.
Non fanno male questi “spari”, ma colpiscono lo spettatore, quello sì. Tanto che dopo quasi due ore di monologo, dal ritmo serrato in cui il funambolo della parola non perde neanche per un secondo la concentrazione e la sua glossolalia, si esce da teatro quasi inebetiti dalla sua «chirurgia etica», quella con cui occorre rifare il senno, affetti da un «tumore intellettuale» che neppure l’ecografia riesce a vedere.
“Urge”, lo spettacolo che ha fatto il tutto esaurito alla rassegna tiranese e che ha incassato applausi a scena aperta, segue al «voto di vastità» di Bergonzoni che cerca di spiegare cosa sia. L’attore bolognese arriva in proscenio dal fondo sala, con un cappello a cilindro che si toglie per iniziare il suo racconto onirico. Il ritmo è ancora lento – d’altra parte stiamo parlando di un sogno, anche se popolato da «mendicanti che cantano stonati», killer, incantatori di serpenti che richiedono l’intervento dell’eroe dei sogni «Ciabat man», quello che sta in casa – per esplodere subito dopo quando il sipario si apre e Bergonzoni parla di presagi-disagi-agi, disperazione-disparazione, della parabola dei pani e dei pesci («mettiti nei panni dei pesci»), dice: «Prima di giudicare qualcuno, eliminalo», «l’ignoranza è bioadesiva: attacca da tutte le parti». Anche l’ondeggiare della lunga chioma brizzolata di Bergonzoni crea la scena e pure le sue trattenute risate, perché pure lui si diverte. Sul palco un tavolo con lastre di lamiera, su cui sono scritti i suoi arabeschi verbali, su cui l’attore si distende, si allunga, si siede, utilizza come uno strumento a percussione; dietro un’installazione «monumento ai caduti in disgrazia» che sembra un cimitero di lumini e di fianco una struttura in ferro che gli farà da prigione.
Bergonzoni scardina le convenzioni del linguaggio: «l’albero in vita è immobile, in morte diventa un mobile», «si può fare l’amore con i calzini? Se hanno il buco…», «ho avvertito il dolore… cosa gli hai detto? Di non venire». Un gioco che porta oltre le apparenze e le superficialità per dire «la guerra è alle porte: allora perché la facciamo agli uomini?», «i soldati sono come cioccolatini: uno tira l’altro». Notevole quando il discorso volge sulla carenza della cinematografia e di certa televisione, cui sì ci sarebbe bisogno di mine pro uomo, quelle per farlo saltare, attivare la sua intelligenza. Parole, ma non solo: eufonia e cacofonia dei suoni degli animali (ma c’è pure un parcheggiatore che fa versi) in un immaginario bosco che chiude lo spettacolo, dopo che l’attore è stato richiamato in scena dal pubblico per tre volte. Urge com-prendere Bergonzoni.


Con i capelli raccolti sembra più giovane rispetto a quando è sul palco, ma la voce è la sua: potente e insinuante. Anche in camerino Alessandro Bergonzoni affascina.
A sentire il suo racconto onirico si rabbrividisce, ma lei cosa sogna di notte?
«Diciamo, invece, cosa fanno i sogni di me – risponde -. Io non decido nulla. Sono loro che vengono da me e mi obbligano a sognare ciò che vogliono»
Un gioco con Bergonzoni…
«Gioco? Testa o croce: scelgo la testa per accarezzarla e la croce per portarla».
Ma quando tutte queste costruzioni verbali vengono: in treno, in automobile in doccia?
«Beh, io quando fischio sono sopra la doccia perché si ha una visione migliore. Indubbiamente il tema è quello dell’inconscio. Non è che sia un luogo che mi ispira. C’è un’antenna con cui capto idee, costruzioni, evocazioni. Non è un mestiere o un esercizio è una grande necessità di recepire, devi stare sempre aperto».
Ma anche nella vita parla come recita?
«Mah, nella vita sono molto più duro…».
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