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| Degne di nota La notizia in tempo reale....... o quasi |
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Collaboratori
Data Registrazione: 19-05-05
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Meraviglioso, evocativo, colorato, caotico, ordinatissimo, strepitoso (è proprio il caso di dirlo) Sunà da Mars.
Sono alcuni possibili aggettivi per definire la tradizione delle tradizioni aprichesi, quella di chiamare al risveglio l'erba in un modo che più convincente non si può: con il clangore di mille campanacci e campanelli sbattuti ritmicamente dalle sei falangi di scampanatori in costume, corrispondenti alle sei contrade comunali, seguite da gruppi più informali di varia provenienza. Ne arriveranno, come al solito, da molte località della Valtellina, dalla bresciana Valcamonica e dalla bergamasca Val di Scalve. Come informa il vicesindaco e assessore Bruno Corvi, ci sarà quest’anno addirittura qualche gruppo in più rispetto al 2013: la Proloco del Marà di Castello dell’Acqua, Edolo e un secondo gruppo di Teglio. Ed è confermato anche il tocco d’internazionalità rappresentato dagli Svizzeri della Valposchiavo, che partecipano sempre numerosi e con entusiasmo. Mancano pochi giorni alla messa in scena dell’edizione 2014 di Sunà da Mars – letteralmente Suonare di Marzo – che tradizionalmente cade gli ultimissimi giorni di febbraio, e tutto è ormai pronto: i costumi tipici e i lunghi mantelli neri coi cappelli in bell’ordine dentro gli armadi, i grandi foulard e le gonne colorate delle donne in naftalina nei cassettoni di ciliegio, i campanacci appesi in un angolo della stüa o custoditi gelosamente in luogo segreto (com’è il caso del mega-campanaccio simbolo, che ogni anno passa da una contrada all’altra), le gerle, le falci, le lanterne e le gianèti (bastoni da pastore) ben custoditi nel solaio. Anche quest’anno le date sono quelle del 27 e 28 febbraio. Il primo giorno ci sarà la semplice cerimonia di passaggio del campanaccio simbolo dalla frazione di Santa Maria a quella di Mavigna, che poi lo custodirà per un anno intero (la successione annuale tra le contrade è Santa Maria – Mavigna – San Pietro – Dosso – Liscedo – Liscidini) e, il pomeriggio, la benedizione degli ingredienti per il mach, occorrenti a preparare la polenta con salsiccia e il vino caldo da distribuire a tutti i partecipanti la sera dopo, terminati i rumorosi cortei e l’ancor più rumoroso spettacolo di esibizione dei diversi gruppi in Piazza del Palabione. Sunà da Mars rimane ad Aprica una tradizione vivissima, partecipata anche da tutti i giovani e giovanissimi, non solo del posto. STORIA DELLA TRADIZIONE APRICHESE “SUNÀ DA MARS” Di antichissima origine, SUNÀ DA MARS è una tradizione prettamente contadina e un modo originale per salutare l'arrivo ormai imminente della primavera ed il ricrescere dell'erba. In tempi passati la pastorizia era l'attività primaria degli abitanti di Aprica ed è pertanto comprensibile come fosse bene accetto un rito propiziatorio rivolto a salutare la ricrescita dell'alimento indispensabile per gli armenti. Anche gli strumenti musicali hanno una diretta attinenza con le abitudini e le necessità della vita contadina. Si suonano infatti campanacci e corni. I campanacci vengono appesi al collo dei bovini quando sono condotti al pascolo sulle malghe di alta montagna in estate; i corni - ricavati dalle corna dei becchi - sono strumenti sonori usati ovunque per segnalazioni. Non si sa esattamente da quanto tempo la tradizione sia in vigore; certamente possiamo affermare che è antichissima. In tempi passati si assisteva in occasione del “Sunà da Mars” a vere e proprie dispute fra i giovani delle diverse contrade e spesse volte i diverbi venivano risolti con la forza. Si suonava lungo le strade del paese per tre giorni consecutivi: gli ultimi tre giorni del mese di febbraio. Piccoli gruppi organizzati partivano da ogni singola contrada e si recavano nei territori di contrade diverse a significare la necessità del loro intervento per far ricrescere I'erba in quella contrada. Era poi gran vanto trovare il modo di porre un proprio rappresentante dinnanzi al gruppo di una contrada diversa. La mentalità dell'epoca e lo spirito giovanile che animava questa tradizione considerava questi gesti dei veri e propri affronti, determinando, come già detto, degli scontri fisici. Nell'ultima serata, in ogni contrada si radunavano tutte le famiglie e veniva distribuito il mach, una polenta composta dalla farina data in omaggio da ogni famiglia, ma alle volte, con la farina di grano saraceno, si preparavano anche pizzoccheri. Quello che si consumava era tutto dono della popolazione: dalla legna ai fiammiferi per accendere il fuoco, dal sale al burro per la polenta. Ogni famiglia si privava di qualche cosa per donarlo alla comunità. A chi era impossibilitato a consumare il mach perché infermo o ammalato veniva portata una porzione a domicilio, cosi come per tutti i bambini della contrada, che per la tenera età erano obbligati a rimanere nelle proprie abitazioni. |
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