Novecento diverte e commuove
In uno spettacolo teatrale in cui il protagonista è un pianista - che ha un nome lungo come un treno, Danny Boodmann T.D. Lemon Novecento – si presuppone a torto di vedere sul palco un pianoforte. Perché il teatro non ha bisogno di questo – dell’oggetto, cioè – per raccontare. Bastano cinque pilastri bianchi sullo sfondo per creare lo strumento. Pilastri che si illuminano alternativamente ad indicare i tasti del pianoforte, suonati intensamente dal “pianista sull’Oceano”. Cinque tasti, un seggiolino nero nel centro del palco e cinque cubi bianchi che diventano i luoghi della nave. Solo questo serve a Corrado D’Elia per portare in scena il suo “Novecento”, tratto dal monologo di Alessandro Baricco, venerdì sera in piazza Basilica a Tirano in apertura di “Tiranoautunno”.
Intenso, evocativo, commovente, riflessivo lo spettacolo, che da quattro anni sta facendo il giro dei teatri italiani, resta una “squisitezza” per l’animo grazie all’interpretazione di D’Elia che tira fuori tutto se stesso reggendo un’ora e mezza di monologo, per lo più all’aperto, con la complicità di un pubblico che lo segue con attenzione (forse gli applausi sarebbe meglio tenerli tutti per la fine).
La storia è nota a tanti: quella del trovatello sulla nave “Virginian”, ai tempi del jazz, che cresce e diventa pianista senza mai scendere dalla nave, neppure quando questa diventa un pacco pieno di dinamite, pronto ad essere fatto saltare. A raccontare la vita di Novecento è l’amico trombettista Tim Tooney, mentre la colonna sonora dello spettacolo alterna la classica nei momenti più sofferti e le accattivanti note di ragtime e blues. «Suonavamo per farli ballare, per far dimenticare il tempo, quello che erano. Suonavamo il ragtime che è la musica che Dio suona quando nessuno lo vede», dice Tim, elegante nel suo vestito nero. Quella di Novecento, invece, è «una musica che non esisteva». La scena della tempesta, con il pianoforte, ridotto a piccolo cubo luminoso, che balla sulla mano dell’interprete, mentre Tim e Novecento «danzano con l’oceano, ballerini pazzi e perfetti», o i passaggi più importanti dell’amicizia e dell’addio finale tra Tooney e Novecento, con l’ultima esibizione insieme, sono da manuale. C’è l’anima vera del teatro del regista milanese che è capace anche di vestirsi di toni moderni. Pensiamo al duello, a colpi di pianoforte, con Jelly Roll Morton, «l’inventore del jazz», con «mani di farfalla» che diventa una macchietta destinata a suscitare riso.
Il ritratto di Novecento prende forma attraverso le parole dell’amico trombettista; solo nel monologo finale la vocina di Novecento, come quella di un uomo rimasto bambino, spiega perché dal Virginian non è sceso e non scenderà:«La terra è una nave troppo grande, è un viaggio troppo lungo, una musica che non so suonare… Non siamo pazzi quando troviamo il modo per salvarci».
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