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| Degne di nota La notizia in tempo reale....... o quasi |
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Data Registrazione: 19-05-05
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Sono tanti anni che porta i suoi spettacoli in giro per il mondo, ma in Valtellina non c’è mai venuta, anche se il nome «già le ispira». Lo svela Annamaria Guarnieri che, giovedì, sarà Tirano con lo spettacolo “Eleonora ultima notte a Pittsburgh”.
Alle spalle 60 anni di carriera, ma si ricorda ancora perché ha deciso di fare l’attrice? «Non l’ho scelto io – risponde sorridendo -. Non avevo questa inclinazione da bambina, mi è capitato fra capo e collo casualmente, ma evidentemente era il mio destino, perché sono riuscita a farlo bene. La mia storia è quella e non poteva essere un’altra». Ha interpretato tanti personaggi, ce n’è uno in cui si è sentita più a suo agio? «Quando avevo 19 anni ho interpretato Anna Frank che è uno dei personaggi che più mi ha più coinvolto. Per contro ricordo anche la signorina Giulia di Strindberg personaggio eccentrico, nero, egoista, particolarmente aspro, snob, sciocco, come le donne di Strindberg che sono streghe predestinate» E la Duse che porta in scena a Tirano? «La Duse è un mito mondiale, lontano da noi e nello stesso tempo vicino. Se si leggono le sue lettere si capiscono i problemi di attrice fra camerini, medicine, multe, viaggi alberghi, valigie. Problemi minuti e quelli della sua ricerca della perfezione nello stare in scena. Non faccio la Duse sul palco, la racconto. Racconto a modo mio quello che è arrivato dalle sue lettere. Io interpreto la scrittura, la sua grafia sghemba, fatta di scatti. Ne esce una donna divina e molto umana insieme, piena di piccinerie e difetti». Annamaria Guarnieri che donna è? «Non lo chieda a me, non ho intenzione di definirmi. Non l’ho mai fatto e non lo farò mai…». Com’è il modo di vivere l’arte in scena per una donna oggi? «Credo che sia lo stesso di sempre. Duse dice di sé: “Io vivo soltanto nell’esatto momento in cui riesco a rendere un pensiero e una frase nel modo che voglio”. Recitare è riuscire ad essere come tu vuoi, come desideri essere all’interno del personaggio. Questo significa ricerca, costruzione e invenzione. Per quanto mi riguarda ho sempre bisogno di una maschera, non reale naturalmente. Ho bisogno di sentirmi una faccia diversa. Spesso mi prendono in giro quando dico che non sono pronta, che non mi sento una faccia. Me la devo inventare con il tempo, la ricerca, con il trucco anche. I personaggi vanno frugati e poi te li metti addosso, si creano simbiosi e libero scambio». Domanda indelicata forse, ma ci svela perché fu espulsa da giovane dalla scuola del Piccolo Teatro di Milano? «Grassi era un preside severo. Io ero al secondo anno. Era proibito avere rapporti professionali al di fuori della scuola. Erano gli anni in cui cominciava la televisione. Era morto mio papà e cominciavamo ad aver difficoltà finanziarie. Un amico mi fece fare un provino con cui guadagnai 5mila lire. Chiesi appuntamento a Grassi per parlargli di questo, ma prima di potergli parlare fui espulsa». Però poi si è presa una rivincita perché al Piccolo lei è tornata come attrice? «E’ vero, ricordo “I Giganti della montagna” con la regia di Giorgio Strehler o “Quel che sapeva Maisie” con la regia di Luca Ronconi». Appunto, Ronconi. Cosa pensa di lui? «È un genio assoluto, ha una marcia in più. E’ affascinante, esaltante. È duro riuscire ad entrare nei meandri del suo cervello, ha una profondità di indagine sulle parole e sui personaggi che è terribile, ma assolutamente sua». Ora sta formando molti giovani? «Di fatti, ci ha scaricato in parecchi. Si diverte di più con la carne fresca…». |
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