La Sindone fra scienza e fede
Se n’era ampiamente parlato 22 anni fa, in occasione delle operazioni di prelievo dei campioni per la radiodatazione, anche se il “caso” della santa Sindone è più che mai aperto; se n’è fatto un libro ed è stata organizzata solo a Milano una mostra. Riveste, dunque, una partecipale importanza dal punto di vista artistico e scientifico la mostra che, lunedì, è stata inaugurata nell’atrio della chiesa dei santi Pietro e Paolo di Aprica e che sarà visitabile fino al prossimo 5 settembre.
“La Santa Sindone fra scienza e fede” è il titolo voluto dal parroco, don Augusto Azzalini, che ha promosso l’evento con il contributo del Comune, in cui sono esposte le fotografie, opera del professionista Lino Salatino, scattate nel 1987/88 in occasione del prelievo dalla reliquia di un campione di tessuto per la datazione con il metodo del carbonio 14. All'interno della mostra si trovano una foto a grandezza naturale della Santa Sindone (m. 4,20 x 1,10) una gigantografia del volto di Cristo che rimarranno in dono alla Chiesa, come ha annunciato il parroco, oltre ai 16 pannelli di formato cm 70 x 50 in cui si descrivono le tappe di quello che è stato definito “il giorno più lungo della Sindone”. Ovvero il 21 aprile 1988, quando l’équipe di Salatino ha avuto 17 ore di tempo per fotografare e documentare le operazioni di prelievo dei campioni, in condizioni di luce sfavorevoli per non rovinare il sacro telo. «Un lavoro frenetico in cui ho fatto migliaia di scatti, ai tempi non c’era il digitale – racconta Salatino scelto dallo Sturp, il gruppo internazionale di ricerca per documentare i test sul santo telo -. La Sindone non è un dipinto, il sangue è sangue umano. C’è un fascino estremo in queste foto: nell’impronta del chiodo alle mani, nel retro delle gambe e, soprattutto, nel volto della Sindone, ottenuto prima con un ingrandimento con il computer, poi con la giuntura dei pezzi che mancavano. Così, una volta rimpicciolita l’immagine, è uscito il volto perfetto che possiamo vedere in questa mostra. Uno scienziato della Nasa sostiene che l’immagine sul telo è rimasta così ben impressa perché c’è stato un passaggio da corpo a corpo e questo per me vuol dire Resurrezione». Dunque la fede. Ma la mostra vuole essere anche scienza e aprire un dibattito in questo senso come ha sottolineato, nella conferenza serale, padre Gianfranco Berbenni, frate cappuccino docente universitario presso l'Ateneo Pontificio "Regina Apostolorum" a Roma e capo del Centro Sindonologico di Milano. «La Chiesa ha avuto delusioni procedurali e per il futuro sarà più attenta ed esigente – afferma -. La Chiesa non ha paura della scienza, non si deve temere il contradditorio. Sulla Sindone abbiamo bisogno di un’organizzazione più attenta, le risultanze giornalistiche televisive dipendono da quello che si ha fra le mani».
|