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Degne di nota La notizia in tempo reale....... o quasi

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Vecchio 08-09-13, 10:29   #1
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Predefinito La Valtellina di 60 anni fa in un libro

E’ solita dire la mamma di Pierluigi Zenoni: «Quan che me su spusada e so’ vignida a Tresènda ‘l me pareva de es vignida ‘n cità… gh’era propri tüt». Alla signora, che veniva da Carolo frazione di Ponte, trovare a Tresenda botteghe, macellai, ferrovia, poste, pareva di essere in una grande città… come New York. A questo simpatico aneddoto è ispirato il libro “Quando Tresenda era come Ney York” di Pierluigi Zenoni, presentato a Teglio per organizzazione della biblioteca “Elisa Branchi”. Affiancato dalla presidente della biblioteca, Mariarosa Menaglio, e dall’assessore di Tresenda, Sergio Bettini, Zenoni ha definito il suo «libricino» un divertissement ponendo l’accento sulla leggerezza del volume che non vuole essere una ricerca storica. In realtà Zenoni, per chi lo conosce, scrive sempre con cognizione di causa e un metodo scientifico per cui il volumetto, corredato da immagini storiche di Tresenda e da un’appendice su Carona, propone al lettore uno spaccato di come si viveva 60 anni a Tresenda. A dire il vero – com’ha sottolineato un turista al termine della serata – il racconto può parere universale, visto che ben si applica alla realtà contadina di gran parte del Paese anni fa.
Una Valtellina povera, umile ma dignitosa quella che esce dalle pagine del libro che parte dalla spiegazione del toponimo Tresenda: probabilmente dal latino “transire”, andare oltre l’Adda, oppure luogo dove è collocato il passaggio sul fiume, oppure da “tregenda” riunione di diavoli e streghe.
Ma com'era la vita di paese? Il mezzo di trasporto interno era la bicicletta. «I ragazzi che usavano la bicicletta da uomo, non potendo raggiungere i pedali seduti sul sedile pedalavano sotto la canna, facendo passare la corte gambe fra manubrio e sella – ha raccontando suscitando il sorriso -. Si assisteva a bambini che pedalavano storti, ma la bici avanzava dritta. Parallelo alla strada passava il treno della Fav (Ferrovia Alta Valtellina), acronimo che qualcuno traduceva: “Forse arriverete vivi”. Nelle botteghe non si vendeva nulla di impacchettato, si vendeva sciolto e si comprava a peso: crusca, “farinòt” per galline, zucchero, pasta, tonno e sgombro, le porzioni venivano estratte da scatole di latta con una specie di pinza che lasciava sgocciolare l'olio. Nelle osterie dove prevaleva il vociare di chi giocava a carte, c’era lunga litania del “te duévet” fra il dolciastro fumo dei toscani». Dolce ricordo da bambino quello dell’american, il gelataio di Tirano che raggiungeva Tresenda con il triciclo a pedali ed era un concentrato di allegria: «Bambini, piangete – diceva -, che la mamma vi compra il gelato!». Nel libro si racconta delle fatiche dei contadini, del loro aiutarsi a vicenda con la solidarietà che oggi non c'è più e il litigare per il rispetto dei confini, del lavoro dei minatori nello scavare le dighe, di quelli che morivano giovani di silicosi, che è stata per la Valtellina un’estesa piaga sociale. E ancora le processioni per le rogazioni: ci si alzava presto, si attraversava in processione la campagna perché queste fossero preservate dai flagelli della peste, della fame e della guerra. «Quello che si pregava non era il dio biblico degli eserciti, ma il dio contadino dei valtellinesi», ha detto l’autore. Meticolosa e manna per gli abitanti di Carona l’appendice che chiude il libro di Zenoni su Carona, frutto anche del lavoro di ricerca, ricostruzione e traduzione degli archivi parrocchiali di Fulvia Pellegrini e messo a disposizione di Zenoni.
«Si dice che Carona fu fondata da esuli cremonesi in fuga per evitare la prigionia e la morte dell'assedio di Federico Barbarossa», ha spiegato Zenoni che ha dato qualche pillola di curiosità per invitare a leggere il libro “Quando Tresenda era come New York” (l’incasso sarà devoluto alle associazioni di Tresenda). Si racconta delle tasse che mettevano in ginocchio i contadini, di due preti assassinati di cui uno non aveva preso troppo a cuore il voto di castità, della disputa incredibile fra prete di Teglio e prete di Carona per accaparrarsi le cerimonie funebri e il litigio sul ponte di Tresenda per il confine della parrocchia. Si racconta di come si sospese la processione del corpus domini per non passare dove le ragazze la sera prima avevano praticato il «ballo promiscuo».
«Mi piace finire con una morale – ha concluso l’autore -. Vorrei che la ricerca delle nostre radici servisse non per recintare il nostro terreno, ma per spingerci a conoscere e rispettare le radici degli altri. La nostalgia che nasce dal ricordo dei tempi che furono non deve impedirci di camminare guardando avanti e spronarci a scrivere le pagine successive del libro delle nostra comunità in cui dobbiamo sforzarci di lasciare, come dice Giovanni Bertacchi, il profumo buono del nostro fieno e della nostra correttezza di vita».
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