La lingua internazionale di Ovadia sul Mignon
Nozze d’argento proprio a Tirano per lo spettacolo di Moni Ovadia Cabaret Yiddish, in scena venerdì sera al teatro Mignon in chiusura della stagione Tirano Teatro. Il lavoro dell’ebreo errante, ha debuttato 25 anni fa. «Vorrei che tante coppie avessero la stessa fortuna», ha detto il grande artista che contesta anche quando crea, cosicché i suoi spettacoli sono manifesti provocatori eppure tanto appassionanti da fare sempre il tutto esaurito. Così è successo a Tirano con un cartellone inveranel che ha riservato soddisfazioni al Comune al suo consulente artistico, Lorenzo Minniti, che può a buon ragione dire di aver chiuso in bellezza.
Moni Ovadia recita, balla e canta per oltre due ore di spettacolo con quell’amore per la sua cultura e per le culture, in un’ottica di conoscenza e tolleranza, che forse lui per prima ha messo in luce in Italia in questo ultimo ventennio. Chi ha visto lo spettacolo già in passato, sa che il viaggio proposto da Ovadia è quello genuino e originale, che richiede un piccolo manuale di istruzioni: «è necessario capire che tutto ciò che sarà raccontato viene dalla condizioni di ebrei esiliati – dice subito all’inizio -. E poi occorre capire la sottile ma fondamentale differenza fra barzellette antisemite e storielle ebraiche». E Ovadia ne dà più di un assaggio partendo dal …. naso. Quel naso grosso per cui gli ebrei sono calunniati: «ce l’hanno grosso perché l’aria è gratis», dunque gli ebrei sono capaci di trarre vantaggio da qualsiasi situazione; oppure seconda variante «ce l’hanno grosso perché il profeta Mosè li ha menati per il naso nel deserto per anni, deserto che si superava in pochi giorni». Il rapporto con il denaro degli ebrei viene affrontato fra il serio e il faceto dall’attore, ma se una battuta contro gli ebrei la dice un antisemita va respinta con sdegno, se la dice un ebreo fa ridere. Difatti le storielle si susseguono e sono raccontate con dovizia di particolari davvero intriganti, muovendo al riso o quantomeno al sorriso quasi ininterrottamente. Il filo rosso dell’esilio lega il racconto di Ovadia anche attraverso i canti struggenti e malinconici per lo più che ricordano la spietatezza della diaspora, l’abbandono della luce degli sguardi. «L’esiliato guarda l’uomo che viene verso di lui non per il passaporto e la nazionalità, ma per la sua anima. Nell’esilio i confini sfumano, le relazioni cambiano». E nell’esilio si perdono molte cose, anche la lingua. Ma questo fenomeno non colpisce l’yiddish che è una lingua dell’esilio, «lingua giovane, fatte di espressioni nervose e brevi, senza grammatica, si compone di parole straniere che conservano la vivacità con cui sono state accolte». Una sorta di linguaggio internazionale o, come dice Moni Ovadia, una «lingua mamma». E subito la battuta: «Perché quando parlano le mamme, gli uomini non spiaccicano parola». Ma qual è il centro radiante di ogni etica? La risposta – come sempre fra riflessione e sorriso – è la vita, «l’imperativo è tornare alla vita». Uno spettacolo sempre attuale, che il pubblico accoglie con applausi a scena aperta. Fantastica come sempre l’orchestra che accompagna Ovadia: almeno due musicisti fanno parte dell’ensemble fin dagli esordi (il violinista Maurizio Dehò e il contrabbassista Luca Garlaschelli), cui si sono aggiunti il fisarmonicista “zingaro” Albert Florian Mihai e il clarinettista Paolo Rocca; si sente emergere a tratti la loro composita formazione (studi di conservatorio, pratica jazz, musica di strada), ma questo si capisce essere l’unico vero atteggiamento filologico, l’unico modo di mettere mano a una musica meticcia per definizione.
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