Quella primitività che affascina
La felice tradizione delle mostre di arte a palazzo Besta promosse dal Centro Tellino di Cultura e dall’Accademia del Pizzocchero di Teglio arriva nel 2009 al dodicesimo anno e sarà Giovanni Canu, affermato e noto artista (pittore e scultore) che, dalla natia Sardegna e da Milano sua patria adottiva, a portare a Teglio un ricco saggio della sua produzione. L’esposizione - allocata nel giardino di palazzo, nel cortile cinquecentesco con il suo porticato e nelle sale al piano terra – sarà inaugurata questo pomeriggio alle 18. «Dalla sua terra sarda, che è quella dell’antichissima civiltà nuragica – scrivono il presidente del Centro Tellino di Cultura, Gianluigi Garbellini e il presidente dell’Accademia del Pizzocchero, Rezio Donchi -, l’artista attinge l’amore per la pietra, ne coglie la valenza espressiva e ne assorbe l’intrinseca forza, la stessa che ritroviamo nelle sue opere, vigorose e delicate nel contempo, affascinanti nella forma, or di estrema accuratezza estetica, raffinate ed eleganti nelle ben levigate superfici, or perfino rudi e grezze nella voluta indefinitezza, ma prive mai di reconditi contenuti e di allusivi significati. Non solo la pietra, che pur resta la preferita, è il materiale prescelto, ma anche il metallo, trattato con abilità da artigiano, nobilitato e plasmato dalla fantasia creatrice dell’artista, talora associato a corde e fili con risultati sorprendenti per originalità». Non è difficile cogliere in molte delle opere di Giovanni Canu il suo sacrale riferirsi al grembo deale della “Madre Terra”, retaggio dell’atavico culto intrinseco alla civiltà della sua isola. Gli archetipi richiamati dall’artista e chiaramente percepibili nelle sue opere, sono infatti, in ultima analisi, non molto dissimili da quelli della remota civiltà locale testimoniata dalle incisioni su stele, massi e rocce disseminati nel territorio di Teglio. Autorevole contributo nel catalogo viene offerto dallo scrittore, Ernesto Ferrero, che dopo una presentazione del valore dello scultore si sofferma a parlare di Canu, artista che «ricorre a materiali umili e sofisticati al tempo stesso (ferro, pietra, marmo, ceramica, ma anche il rame e la lana) per rappresentare la forza degli archetipi ancestrali e delle cosmogonie, i riti di fertilità, l’amoroso corpo a corpo con gli antichi dèi attraverso i linguaggi rarefatti della contemporaneità e le astrazioni rigorose della geometria – dice Ferrero -. La sfida è quella di ritrovare la forza mitopoietica di un tempo pre-verbale che sta prima delle illusorie razionalizzazioni della Storia, degli stessi inganni della parola parlata o scritta. È questo il paradosso vitale che rende la scultura tanto più necessaria in tempi come questi, tristemente virtuali, così poco disposti a riflettere sul senso profondo delle radici e a darsi un futuro autenticamente progettuale, in cui ritrovare il significato di un’appartenenza e di un percorso».
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