Fresu a Sondrio: concerto per intenditori
– Il suo modo di suonare stando seduto, a piedi nudi, con la gamba destra appoggiata dietro o sopra il ginocchio sinistro e con le dite dei piedi che tengono il ritmo è un suo “marchio”; postura, certo, ma anche la classe con quella tromba che, nelle sue labbra e fra le mani, diventa strumento assai malleabile. Ecco a voi Paolo Fresu, un nome una garanzia per AmbriaJazz che, in collaborazione con il “Time in Jazz” di Berchidda, ha portato sabato sera ai giardini di palazzo Martinengo centinaia di persone: 300 circa quelle sedute, le restanti in piedi per tutte le due ore di concerto, chi lungo il Mallero chi ai lati della piazzetta. “Brass Bang!” il gruppo stretto attorno a Paolo Fresu – seppure il musicista sardo abbia negato di esserne il “capo” –, in cui ci sono anche il californiano trombettista Steven Bernstein (una fucina di ironia personale e musicale), Gianluca Petrella trombonista altrettanto giocoso e il fenomenale Marcus Rojas alla tuba. Una formazione esplosiva, di grandi nomi che – a Sondrio sabato sera – ha voluto fare la differenza in un concerto impegnativo, di grande virtuosismo, denso di “giochi” musicali, una miscellanea di improvvisazioni pure che hanno messo in mostra le indubbie capacità di ogni componente a sé e nell’insieme. I musicisti, che si sono fatti attendere dal pubblico scalpitante, hanno iniziato la loro esibizione in modo teatrale. Dal terrazzo al primo piano di palazzo Martinengo si sono affacciati per dare un benvenuto a tutto fiati, per poi scendere sul palco mentre un chiacchiericcio era la colonna sonora del loro arrivo. Non parole al vento – ha spiegato poi Fresu – ma le voci in lingua sarda, inglese, pugliese e spagnola che spiegano come e perché i quattro hanno iniziato a suonare. Subito si capisce lo “andazzo” di una serata assolutamente diversa e di alta qualità. Fresu promette al pubblico brani impegnativi all’inizio e una virata più “easy” in seguito. Difatti le “Dissonanze cognitive”, scritte apposta per questo progetto, sono davvero sorprendenti. Nella prima parte del programma vengono eseguite composizioni degli stessi di Brass Bang con suoni che sembrano sussurrati, quasi felpati, dissonanti o orecchiabili tanto che ascoltarli produce un rilassamento – giusto per restare in tema – “cognitivo”. Poi si fa spazio ad “esercizi” di virtuosismo, sonorità spaziali e siderali, una gara di divertimento a quattro nel simulare un disco rotto, una sirena, il rumore di un aereo o addirittura quello di un trapano, che in questo caso fastidioso proprio non è. Non può mancare un brano sardo “Non potho reposar” molto suggestivo di Fresu che alla fine ringrazia per l’ospitalità, spiegando che la musica vale anche per il contesto in cui si fa. A gran richiesta il bis con “Guarda che luna” di Buscaglione in una serata in cui il jazz ha voluto dare una “lezione” di raffinatezza pur mischiando musica colta e musica popolare.
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