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Vecchio 27-04-15, 07:59   #1
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Predefinito Dai depositi alla luce

Con la dovuta attenzione e disciplina, nell'epoca barocca si accendevano gli animi e si colpiva il fedele con effetti di teatralità. Un esempio, in occasione dei riti della Settimana Santa, era dato dal montaggio nella chiesa parrocchiale di San Giorgio di un catafalco per esporvi il Cristo morto, illuminato soltanto da numerose candele disposte sulla struttura. Ebbene questa scenografia – con il centro del paese al buio – e la musicalità del gruppo la “Voce delle donne” che ha intonato con voci piene di intensità e sentimento lo “Stabat Mater”, è stata ricreata venerdì sera a Montagna in Valtellina per inaugurare la mostra “Segni del sacro. Dai depositi alla luce”, voluta dal parroco don Tullio Schivalocchi per la festa parrocchiale.
Un gruppo di volontari, coordinati da Gianna Baldini, ha ripulito la chiesa dei Morti e l'oratorio dei confratelli, diventato negli anni un deposito di oggetti (risalenti all'Otto-Novecento) di minore pregio rispetto ad altri, ma con un valore legato alla memoria collettiva. Con la consulenza storica di Francesca Bormetti, questi oggetti sono tornati davvero alla luce e riconosciuti, perché in alcuni casi non si sapeva neppure più a cosa servissero (ad esempio i bossoli portacandela o le catene portalampada). E, dunque, fino a domani compreso potranno essere visitati alla mostra che si dipana fra la chiesa dei Morti, l'ex ossario e l'oratorio dei confratelli.
«Per il parroco e tutti noi questa operazione – spiega Gianna Baldini -, condotta con poca spesa e tanto volontariato, è molto significativa perché rimette a disposizione del paese quello che alla comunità appartiene, vuol dire anche riappropriarsi degli oggetti che possono evocare sensazioni e ricordi del passato». Sicuramente di grande impatto è il catafalco, un «apparato effimero in legno, costruito per determinati momenti liturgici e celebrativi – spiega Bormetti -. E' stato costruito nel 1875 da Giacomo Zani falegname di Tresivio, lo stesso che ha costruito i baldacchini processionali della Vergine di Loreto di Tresivio e dell'Addolorata di Teglio. Di lui sappiamo ancora poco, ma la sua figura merita approfondimento. Nella chiesa dei Morti abbiamo esposto altri oggetti che hanno attinenza con la Settimana Santa come le lanterne della Passione, al cui interno veniva accesa la fiamma da cui si evidenziavano i simboli dipinti a tinte scure sulla tela chiara, la lanterne processionali di linea semplice, in lamina metallica, con vetri smerigliati».
Nell'exossario, che si trova dietro la chiesa dei Morti (in antichità, al posto della chiesa, c'era un prato e dalla grata che si apriva sull'ossario i fedeli potevano vedere), sono stati collocati oggetti funebri. «Ci sono candelabri a cinque braccia che venivano adoperati per i funerali di prima classe – prosegue Baldini -, mentre quelli più semplici per i funerali di classe inferiore. Anche i poveri avevano diritto ad un servizio funebre e, fra i compiti del confratelli, c'era proprio quello di accompagnare i morti a prescindere dalla classe sociale». E ancora un gruppo di cassette per le elemosine, una croce astile, foglie di metallo per decorare l'altare quando non c'erano fiori freschi. Nell'oratorio dei confratelli (dove, dopo il riordino, si possono ammirare anche gli affreschi), infine, è esposto il materiale confraternale come le panche entro cui stavano le divise, le borsette di cuoio che venivano agganciate in vita e dove si infilava il puntale della croce per aiutare a sostenerne il peso durante la processione, lo stendardo della confraternita del Santissimo Sacramento il cui emblema sono i due angeli in adorazione dell'Eucarestia.
Fra gli oggetti più curiosi esposti alla mostra di Montagna c'è uno stampo a pinza per le ostie, dotato di lunghi manici e due piatti ovali perfettamente combacianti. Un tempo le ostie venivano preparate in parrocchia e, per farlo, ci si avvaleva di congegni semplici ma ingegnosi come questa grossa “pinza” che serviva per comprimere e cuocere sul fuoco una piccola porzione di impasto. «Un piatto reca incisa in negativo la forma di quattro ostie – spiega Francesca Bormetti -: due grandi destinate al celebrante, due piccole per la comunione». Significativa dal punto di vista storico anche la coltre funebre, un drappo nero contrassegnato da una grande croce d'oro. «L'esemplare è modesto e ci rimanda alla situazione di fine Ottocento quando ormai questi drappi non venivano più fabbricati localmente ma a Milano, dove le industrie producevano a prezzo inferiore – spiega Bormetti -. I preti potevano fare riferimento a cataloghi molto variegati con misure, ricami, materiali diversi». Nella chiesa dei Morti si possono vedere anche una raganella o traccola. Prima del Concilio Vaticano II, durante la Settimana Santa, dal giovedì al sabato, campane e campanelle tacevano in segno di lutto per la morte del Signore, perché il loro suono era inteso come segnale di gioia. Al loro posto si facevano risuonare le raganelle, strumenti in legno già in uso nel Medioevo durante le feste popolari. Quello esposto dispone di soli quattro listelli flessibili, fissati con doppia fila di chiosi, i due centrali sono muniti in lato di martelletti che producono un suono secco e breve nel battere sull'asse sottostante. “Riscoperte” nell'uso da Bormetti le catene che servivano per tenere sospese le lampade e appese alle pareti o a bracci sporgenti dalle lesene. Potevano essere in lastra d'ottone, in bronzo fuso, a una sola faccia o a due. Venivano vendute a metro e avevano costi diversi a seconda del disegno più o meno complicato e del tipo di verniciatura.
La mostra è aperta ancora oggi dalle 10 alle 12 e dalle 15 alle 18.
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